IRINA ČAJKOVSKAJA

                       

Traduzione di Nives Sardu

 

 

CAPRICCIO ITALIANO

 

(commedia in quattro atti)

 

ATTO I.

 

VETA (scrive)-“… non posso. Se solo tu sapessi quanto è dura. Non avrei mai immaginato di dovere un giorno vivere da sola e tuttavia riuscire a sopravvivere. Quando ciò accadde, per farla breve, ero del tutto impreparata sebbene sapessi che la mamma aveva ormai più di ottant’anni: ero certa che il mio cuore non avrebbe retto e che sarei morta anch’io. Non c’era possibilità di salvezza: non un marito a cui potermi appoggiare né un amico che mi desse la forza di vivere. Le amiche…sai che la mia migliore amica sei proprio tu: ma sei lontana e quando, allora, arrivaste con Serëža e mi diceste che volevate portarmi via con voi, dapprima pensai che questa fosse la mia unica chance di sopravvivere. Poi compresi che non avrei potuto sopportare nemmeno questo viaggio e che vivere con voi, che pure siete miei parenti, andava al di là delle mie forze…Mi sento smarrita. Ma tu mi capisci. Mi scrivi di un certo Andrea che vorrebbe venire per migliorare il suo russo. Che venga pure. Ma io non posso ospitarlo, no, non posso. Me ne sto rintanata in casa come una marmotta, non vedo e non frequento nessuno. La mia unica occupazione è la lettura. Sono intontita dalle medicine, la televisione si è rotta, è sufficiente un suono o un colore qualsiasi per irritarmi in modo intollerabile. Scusa se mi lamento tanto, ma non ho nessuno con cui sfogarmi all’infuori di te. E’ vero che quando si vive in un paese benedetto, bagnato dal mare, circondati dai propri cari, è difficile credere che esistano anche luoghi e circostanze diverse. Saluta da parte mia Svetka: com’è il suo professore di conservatorio? Fa la corte a tutte? Tua Veta. Ah sì, grazie per i soldi, non li…”

                                         (Suonano alla porta)

(impaurita) Chi può essere? (guarda l’orologio) Mezzogiorno meno un quarto. Griša ha promesso di essere qua per l’una. Che abbia deciso di arrivare prima? (si avvicina alla porta) Griša?

(silenzio)

Chi è? Griša, sei tu? (ancora un suono di campanello)

Chi è? (apre)

ANDREJ- Salve!

VETA- Perché non mi ha risposto?

ANDREJ- Tanto lei non mi conosce. Poteva spaventarsi.

VETA- Beh, lei non ha un aspetto così terribile. A quanto vedo, ha anticipato la mia lettera. Lei viene dall’Italia, giusto?

ANDREJ- Dall’Italia?

VETA- E vuole migliorare la sua conoscenza del russo?

ANDREJ- Io?

VETA- So tutto. Mia sorella avrebbe voluto che lei abitasse qui da me ma, onestamente, ciò è molto difficile. E’ verissimo che i russi sono gente ospitale ma… la presenza di un estraneo in casa, il rumore, l’eccessiva tensione…i miei nervi non lo sopporterebbero, mi creda (piange).

ANDREJ- Come? Come? Non ho capito. Io vivo in un posto completamente diverso. Qui, a due passi.

VETA- Allora si è già trovato un posto dove stare? E i bagagli? Sono già lì?

ANDREJ- Bagagli? Quali bagagli?

VETA- Ah, non ne ha? Capisco, capisco. Mia sorella mi ha scritto che lei le ricorda qualcuno…scusi, sa…l’Idiota di Dostoevskij, siccome anche lui aveva…un fagottino…Ma lei non ha affatto un fagottino.

ANDREJ- Un fagottino?

VETA- Ma sì, è una parola russa un po’ antica.  L’ho usata in senso metaforico. Lei capisce bene il russo? Me-ta-fo-ra. D’altra parte, la parola metafora non è russa. Mia sorella le ha detto che sono una filologa? Ho studiato non so quando, ma tanto-tanto tempo fa, la lingua di Puškin. Scusi, perché non ci accomodiamo? Mi stanco a stare in piedi.

ANDREJ- Volentieri. E’ da stamani che corro intorno a casa- cento metri piani. Poi ho fatto una corsa in città- una bellezza, ho sbrigato tutti gli esami arretrati- e poi...libero!

VETA- Eh sì, lei fa lo studente. Di che facoltà? Anche se…lo so già: studia lettere.

ANDREJ- Oh!

VETA- Mia sorella dice che lei è molto bravo.

ANDREJ- (tossicchia)- Sì, allora. Mi occorrerebbe l’indirizzo.

VETA- Come? Che dice?

ANDREJ- Vorrei sapere l’indirizzo di sua sorella, o meglio: di sua nipote.

VETA- L’indirizzo? Lei non sa il loro indirizzo?

ANDREJ- L’ho perso…O meglio: lei, Svetlana, voleva darmelo ma non ha fatto in tempo.

VETA- Che strano. Per conoscere il loro indirizzo laggiù lei è dovuto arrivare quassù. Mi sta prendendo in giro?

ANDREJ- Io?

VETA-   E’ un  po’ matto? (indica) Lei capisce il linguaggio gestuale dei russi?

ANDREJ- E me lo domanda? (ride). Divertente. Per favore, cerchi una busta: ho una certa fretta.

VETA- (dandosi da fare) Devo cercare naturalmente, non ricordo dove mai l’ho scritto, era qualcosa di simile a “porto” (esamina ad uno ad uno i libri e le riviste), ah! Ecco il segnalibro- io uso sempre le lettere di Inna come segnalibro- (legge) “via Porta Nuova 5”. Tenga, può ricopiarlo.

ANDREJ- Allora grazie. Piacere di averla conosciuta. Svetlana diceva che sua zia era un pochino…distratta, ma simpatica. Devo scappare.

VETA- Aspetti un attimo! Lei si chiama Andrea?

ANDREJ- Io mi chiamo Andrej. Gliel’ha detto Svetlana?

VETA- Mi pare che mia sorella abbia esagerato nel descrivere la sua influenza su di lei: è chiaro che Svetka ha un maggiore ascendente.

ANDREJ- Devo scappare. Forse, se mi riesce, rifarò un salto da lei: abito qui vicino.

VETA- Ecco: faccia un salto, ne sarò felice. A volte mi annoio così tanto, sono così angosciosamente sola. Sa, è la tipica malinconia dei russi… Le offrirò un tè come si deve, russo, o meglio cinese: io preferisco quello verde, non a tutti piace ma ha buoni effetti calmanti, come la valeriana.

ANDREJ- Secondo me il tè verde non ha niente a che fare con il tè. Lei ha mai bevuto il tè  “Corona Imperiale”? Il tè preferito di Pietro il Grande! Devo proprio scappare.

VETA- Senta un po’, lei è veramente uno straniero?

ANDREJ- Io?

VETA- Parla senza nessun accento. Brava Inna. Anche Svetka non ha per niente l’accento russo e lei non ha quello italiano. Scusi, ho parlato così tanto che mi sento perfino stanca. Mi perdoni: ho bisogno di sdraiarmi un po’.

ANDREJ- Sì, sì. Vado via subito. Grazie per l’indirizzo.

(va via di corsa)

VETA- Strano ragazzo. Non sembra un italiano- di solito gli italiani hanno i capelli scuri e mi pare che la stessa Inna mi avesse scritto che era bruno. Si sarà fatto la tinta? E perché? Per assomigliare di più ad un russo? Può essere, può essere. Cosa potrei fare ora? Il tempo scorre lento da morire. Se cominciassi a leggere Bunin adesso, poi stasera non saprei che fare. E se pranzassi? E’ presto e poi non ho fame. C’è della polenta di riso e dopo potrei bere del tè con dei dolcetti, la polenta di riso l’ho preparata da poco, l’ho cucinata ieri sera, è buona ma non mi va. Forse mi verrà voglia stasera? Magari verrà Griša e la mangerà lui. Griša verrà davvero? Ha telefonato, ma potrebbe ripensarci e non venire più. Non sono indispensabile a nessuno. A nessun essere umano al mondo. Sola, completamente sola. Guarda Griša: dopo il nostro divorzio ha trovato subito un’altra o, più probabilmente, è stata lei a trovarlo. Ma non è questo, no, orribile ragazzotta volgare. Ohi, che parola da incubo: ragazzotta. E pensare che la sua famiglia lessicale è così adorabile: fanciulla, ragazza, pulzella, sì, pulzella, ragazzina, donzelletta, monellina, virginale, castità, verginità…Io e Griša non abbiamo avuto figli. Sarebbe interessante sapere se questa sua “fanciulla” ha figli. Donna delle pulizie all’Università- mio Dio, fosse almeno una segretaria! Come è caduto in basso! Quali speranze, quali progetti erano legati a lui! Astronomia, matematica, fisica, meccanica: un unicum! Einstein, Max Planck, Niels Bohr, Griša Berman! Avanti, avanti, se avrò la forza di sviluppare il concetto, il tempo passerà senza che me ne accorga. Avanti, dunque, perché ti sei fermata? Se non riuscirai a pensare neanche a questo, perché continuare a vivere? Penso, quindi esisto. Magari si potesse perdere tale consapevolezza e non pensare più e perciò non esistere. Sdraiarsi e non pensare più, trovare pace affinchè non sia più tutto così orribile: poi si vedrà…C’è un romanzo di Faulkner in cui il protagonista, un idiota, vive come in paradiso, non si rende conto di niente e avverte solo il caldo, il freddo, il piacere, è una brava persona- la sua voce è carica di dolcezza…Una vita da vegetale. Non sarebbe male potersi trasformare in una pianta. Magari sarebbe persino bello. Oh, ma i miei fiorellini hanno bisogno d’acqua: me ne ero scordata. E così ho trovato anche qualcosa da fare (prende l’annaffiatoio e dà l’acqua ai fiori).Ora vi dò da bere, tesorucci miei. Non vi adirate con me. Io sono realmente un po' distratta, ha detto bene Svetka, ma non fino a questo punto! Vi annaffio quasi tutti i giorni ed a volte lo faccio anche due volte al dì. Capita, capita.

(suona il telefono)

Oh, questo è sicuramente Griša (alza la cornetta). Griša, se tu? Perché non parli? So che sei tu. Avevi promesso di passare. E’ di nuovo lei che non ti lascia venire? Ti tiene al guinzaglio? Perché taci, Griša? Sono così terribilmente sola! Mi sento morire. Se tu non verrai, non so proprio se riuscirò a sopravvivere fino a domani. Non voglio andare da nessuna parte né vedere anima viva. Vorrei solo morire, solo morire e raggiungere la mia mammina (piange).

Ha riattaccato. Che uomo assurdo- non ha nemmeno risposto. Devo sdraiarmi. Sdraiarmi e, forse, dormire. Ma poi che farò stanotte? Non riesco proprio ad addormentarmi senza sonnifero. Sarà per questo che non ho appetito, prendo troppe medicine. E lo sento, lo sento: tutti questi farmaci mi danno fastidio. Proprio come il pisello della fiaba. Sì, sono anch’io come la principessa sul pisello. Sono nata con l’animo di una principessa. E questa vita, questo sopravvivere, questo esistere, è forse per me? E’ forse ciò a cui ero destinata? Avanti, avanti dunque. Perché ti sei fermata? Continua! Pensi forse che piangere sia meglio? Credi veramente che sia meglio piangere? (piange)

Suonano alla porta

(smette di piangere) Come può essere? Non mi viene a trovare mai nessuno. Sarà il postino? Avrà portato un pacco. Dolci. Dall’Italia. Come la volta scorsa. Si chiamano “ciocorì”- riso soffiato ricoperto di cioccolata. Benissimo- mangerò i ciocorì per pranzo, mi è tornato persino l’appetito.

Suonano ancora alla porta

Vengo, vengo. Di sicuro è il postino, chi altri sennò? Nessuno! (apre) Tu?

Griša - Ovviamente sì. Te l’avevo detto che sarei venuto a pranzo (guarda l’orologio). L’una in punto. Perché apri senza chiedere chi è? Di questi tempi avvengono tanti omicidi, molti furti in appartamenti. Ci sono in giro maniaci di ogni tipo…

VETA- Ma tu…non hai portato niente?

Griša - Non vengo mai a mani vuote, lo sai. Ho portato dei dolci, biscotti per il tè.

VETA- E il ciocorì? Cioè, volevo dire un’altra cosa. Come va? Ti sei stancato al lavoro? Dopo pranzo tornerai in Istituto di nuovo?

Griša - Ma sì.

VETA- E lei? Anche lei, dopo pranzo, sarà…là?

Griša- Dopo pranzo, Ol’ga Vasil’evna lavora da un’altra parte.

VETA- Fa le pulizie?

Griša- Già, si occupa anche dell’amministratrice delle spese: carta, carbone, computers…Lo sai che lei è un’eccellente padrona di casa. Tiene pulito che è un piacere. Non c’è un granello di polvere. Ti ricordi la nostra casetta? Libri, giornali, articoli- tutto alla rinfusa, in disordine. Ora è tutto disposto in pile ordinate: libri, giornali, articoli. E niente polvere. Però c’è un particolare che mi dà fastidio: non si riesce a trovare niente. Ma lei…lei questo non lo capisce. Lo sai, nel disordine riesco a concentrarmi meglio. Cosa c’è per pranzo?

VETA- Polenta di riso. Appena fatta. Puoi metterci sopra anche dell’olio di semi, sarà più saporita (si affaccenda). Questo pranzo non ti farà certo male. Poco ma sicuro. Ora te la scaldo. Scusa, ti ricordi quando ti faceva male la pancia, all’inizio dell’inverno? Avevi mangiato chissà dove o era stata lei a prepararti qualcosa.

Griša- Agnolotti. Il mio stomaco non li gradisce. Al suo ex marito piacevano gli agnolotti.

VETA- E che lavoro faceva il suo ex marito? Lo scaricatore? L’operaio? Il contadino? (gli dà da mangiare in un piattino)

Griša- (mangia) Non lo indovineresti mai. Lo scrittore. Ma era un ubriacone. Così lei lo ha lasciato. Per la verità anche lei ha scritto qualcosa laggiù, per dei giornali. Ma poi la sorella si è uccisa gettandosi dalla finestra, il nipote è finito in prigione…Se non fosse stato per me, dice, anche lei sarebbe finita…male.

VETA- Beve? Mangia!

Griša- Beve? Certo che beve. E non mi piace il fatto che fumi. E che metta in ordine le mie cose. Tu non hai mai messo in ordine le mie cose.

VETA- A me in generale non piace riordinare. Buono?

Griša- Sì.

VETA- Per te non ci vogliono gli agnolotti, ci vuole del cibo dietetico e salutare. E devi bere tè verde. E’ un peccato che i ciocorì siano finiti.

Griša- Cos’è finito?

VETA- E’ una deliziosa specialità italiana, me li avevano mandati. Ascolta! Senti?

Griša- No. Cosa dovrei sentire?

VETA- Senti? Eccola di nuovo. Una melodia, lenta-lenta, come se qualcuno suonasse uno zufolo, con tenerezza, dolcemente.

Griša- Io non sento niente. Ti sarà sembrato. Stai perdendo il senno. Perché non esci? E’ già primavera. L’aria è tiepida, oggi ci sono sedici gradi.

VETA- E allora perché ti sei messo il cappello?

Griša- Mi fanno male le orecchie. Il diavolo sa perché. Forse ho preso freddo durante l’inverno. Mi fanno male soprattutto la notte.

VETA- Lei è…bella? Mi pare che tu abbia detto che è rossa di capelli.

Griša- E’ una parrucca. E’ saltato fuori che è una parrucca! Ha i capelli corti come la dama di picche e sono tutti bianchi. Te l’immagini?

VETA- Griša, tu dicevi che lei aveva la tua stessa età.

Griša- Mi sono sbagliato. E’ notevolmente più grande, parecchio più grande, sebbene non lo sappia di preciso. Ha due passaporti.

VETA- Mio povero caro! Togliti il cappello, mio piccolo Griša, tendi l’orecchio. Questa è musica…è  per noi. Ricordi? Cent’anni fa, io ne avevo venti, tu ventitrè!

Griša- Ol’ga Vasil’evna è vicinissima alla sessantina, tra noi ci saranno almeno dieci anni di differenza. Io certamente sono stato uno sciocco a cascarci così stupidamente. E’ riuscita a farmi impietosire, e si deve considerare poi il fatto che, per la prima volta in vita mia, quel giorno che andammo da lei ero ubriaco. Poi non ricordo più niente. No, mi pare di ricordare ancora un particolare. Mi ha svegliato il russare del marito, che ora è il suo ex. Lui, chissà perché, mi dormiva accanto.

VETA- Povero. Ti hanno imbrogliato. Erano d’accordo per farti sposare con lei. Aspetta, metto su l’acqua per il tè. Come vanno i tuoi studi di astronomia?

Griša- Male. Mancanza di tempo. Lei, vale a dire Ol’ga Vasil’evna, pretende che io mi ammazzi di fatica facendo due lavori. Faccio l’insegnante pagato a ore- soldi pochi, ma meno chiasso. Lei vorrebbe cedere il suo appartamento di tre camere, ma là ci sta anche quell’ubriacone con i suoi…compagni di sbronze. Mi presteresti centomila o duecentomila? Inna te ne ha mandati, vero?

VETA- Inna me li ha mandati. Aspetta, torno subito (esce). Prego, eccoti le duecentomila.

Griša- Non ti preoccupare, te li ridarò. Mi servono solo per tenerli temporaneamente come riserva, dal momento che lei si impadronisce subito di tutti i soldi…cioè, volevo dire che le spese di casa…per le spese di casa…(beve, si scotta). Non è male questo tè. E’ vero che  è poco aromatico. A me piace più forte e questo non sembra per niente tè, ma acqua sporca. Però è dietetico, giusto, giusto.

VETA- Sei venuto solo per…questi? (indica i soldi)

Griša- Che dici? Abbiamo anche pranzato insieme. Grazie, cara Veta! Tu sei sempre stata buona e premurosa. In qualche modo cercherò di ripassare. Peccato, viviamo vicini ma i miei orari…non ci crederai, sono sempre di corsa (guarda l’orologio). Devo scappare.

VETA- (tra le lacrime) Quando?

Griša- Quando cosa? I soldi?

VETA- Quando tornerai, caro Griša? Mi sento così sola. È una sensazione così pesante, è proprio vero che impazzirò. E senza nessuno accanto. Non un’anima. Quando era viva la mamma…

Griša- Ascoltami. Io ho cinquant’anni, i miei genitori sono morti vent’anni fa. Saranno almeno cent’anni che non ripenso a come si stava quando loro erano vivi. Non ci sono più, capisci? Più, questo è tutto. Lo si deve accettare come dato di fatto. E anche tua madre non c’è più. Fattene una ragione. Sei una donna adulta, eppure ti lamenti come un bambino. Mia madre è morta, sono rimasta sola. Ah, povera orfanella! Non fare la lagna! E’ un pezzo che non sei più una ragazzina. Ormai sei una donna di mezza età. E’ ora che ti comporti da adulta.

VETA- Stai bene con lei, Griša?

Griša- Io, con lei? Difficile a dirsi. Per natura io  sono un piagnucolone, lo sai. Ma lei mi rende forte, resistente, solido come il cemento. E’ come se avessi smesso di essere il debole ragazzino ebreo, quell’aspetto di me che tu amavi tanto, per diventare un robusto ometto russo- con tutti i suoi pregi e difetti…Poco tempo fa per poco non ho preso a pugni un tizio: mi sembrava che mi guardasse in modo strano.

VETA- E la cometa di Halley? E la teoria dell’espansione dell’Universo? E la vita su Marte?

Griša- Bisognerebbe essere più semplici. Più modesti. Quale vita su Marte? Magari ci fosse vera vita sulla Terra! Forse che questa è vita, Veta, forse che questa è vita? Tiro la carretta, simile ad un cavallo sfiancato, ho abbandonato le problematiche universali, ho la sensazione di non essere più io ma un altro, completamente diverso, estraneo. Grazie per la polenta di riso- mi ha fatto ricordare di colpo della nostra vita insieme (va alla porta). Ma la polvere- polvere dappertutto!

(Esce)

VETA- (tra le lacrime) Se n’è andato. “Li-Li-Livorno. Domani vedrò le torri di Livorno. Domani vedrò il paradiso terrestre.” Mammina, aiutami, possibile che tu non ci sia più, mammina? Ma io invece lo sento, lo so che tu sei qui, accanto a me. Perdonami, sono stata terribilmente malvagia, spesso rispondevo bruscamente, mi chiudevo a chiave nella mia camera, solo per non sentire i tuoi consigli, io…io non mangiavo la tua ricotta, che preparavi dal latte acido e dal kefir…Scusami, mammina. Sono così sola senza di te. Non so come vivere, cosa fare. Tutti questi pensieri mi faranno impazzire. Consigliami, farò ciò che mi dici. Sei qui? Mi stai accanto? Oh, sono pazza! Devo calmarmi. Devo assolutamente calmarmi (tace, poi assume una posa teatrale e, in mezzo alla stanza, legge mutando gradualmente il suo stato d’animo in esaltazione).

 

 

Con violenta, terribile carezza

flagellano la nostra nave le onde del Mediterraneo.

 Ecco sulla poppa  apparve il capitano.

Il suo fischietto emise un suono stridulo. Unendosi al vapore

non per niente il vento

gonfiò la nostra vela.

Gemendo, l’oceano sospirò profondamente.

 

 

Filiamo veloci. Le ruote della potente macchina

scavano l’ondulato grembo dell’abisso.  

La vela si è gonfiata. La riva è scomparsa.

Soli con le onde del mare,

appena un gabbiano vola su di noi,

bianco pennone fra acque e cielo.

 

 

Lontano solo un’abitante dell’oceano,

simile al gabbiano, uccello delle sue acque,

una vela distesa come una grande ala.

In tempestosa lotta con la furia degli elementi

Una barca di pescatori dondola sul mare.

Tutto ciò che si stende sul litorale si è nascosto, è sparito!

 

 

Molte terre mi lasciai indietro,

sopportai con animo turbato

molte false felicità, vere disgrazie,

risolsi problemi così ammutinati

davanti ai quali  le mani dei marinai di Marsiglia

leverebbero l’ancora, simbolo di libertà!

 

 

Non importa se si è vicini, se si è lontani dalla riva.

Il cuore le si rivolge con tenerezza.

Vedo Tetide, ella mi dà il  fortunato dado

preso dall’urna cerulea:

domani vedrò le torri di Livorno,

domani vedrò il paradiso terrestre!

 

 

 

(si ferma, immobile e con un’espressione felice sul volto)

suonano alla porta

(Veta torna in sé a fatica) Mi pare che abbiano suonato. E’ tornato Griša? (il suo sguardo cade sul tavolo) Ma sì, ha dimenticato il suo cappello. E’ lui: è tornato per il cappello (va alla porta). Griša, sei tu? (silenzio) Sei tu, Griša? Perché non rispondi? (apre)

entra Andrea

No, costui non è Griša. Chi è lei? Oh-oh! Forse lo so! (fugge)

ANDREA- Mi scusi se non ho risposto. Non so chi sia questo Griša. Avevo pensato di chiamarla per avvertirla del mio arrivo. E le ho telefonato. Lei ha detto che si sentiva molto sola e infelice. Così mi sono deciso. Ho scelto un brutto momento?

VETA- (si avvicina lentamente) Mi scusi. Ero così spaventata! Quindi lei non è un maniaco? Mi hanno detto che ci sono in giro molti maniaci…Chi è lei?

ANDREA- Sono l’allievo di sua sorella. Mi chiamo Andrea.

VETA- Lo sapevo. L’altro era un impostore. Si è comportato in modo molto sospetto. Io pensavo che si fosse tinto i capelli, tanto li aveva chiari. Mentre lei (lo guarda), sì, lei ha i capelli castani, è quasi bruno e ha con sé un fagottino,   è una valigetta, vedo. Io…io le sembro un po’ matta, vero? Il fatto è che io…io non sto molto bene. Non è una malattia grave, ma mi tormenta. Sa, soffro di depressione…una serie di circostanze (lo guarda), lei ha un viso così bello…Mi deve scusare se piango un po’: mi fa sentire meglio.

ANDREA- Pianga, pianga se la fa stare meglio. Lo so, lei ha perso una persona cara. Per me questa è un’evenienza ancora lontana. I miei genitori sono vivi e, grazie a Dio, sani, ma mi sento già orfano.

VETA- (tra i singulti) La mia mammina era ingiusta con me, noi litigavamo spesso, me ne stavo giornate intere chiusa nella mia camera e non le parlavo. E’ così doloroso, così doloroso.

ANDREA- Mio padre è un grosso finanziere, lui si preoccupa solo dei suoi affari, mentre la mamma è la schiava di casa, non ha una sua indipendenza.

VETA- Lei parla bene il russo. Mi dica qualcosa in italiano, per favore. Dove è nato? Mi dica in italiano dove è nato, vuole?

ANDREA- Come no! Sono nato a Livorno.

VETA- Come? Lei dice che è nato a Livorno? Ho capito bene?

Andrea annuisce

Lei è nato a Livorno? Non può essere. Sente, sente? (tende l’orecchio)

Si sente la melodia di prima,

una pastorale

ANDREA- Sì, qualcosa di simile al rumore del mare.

VETA- Il rumore del mare? A me invece era sembrato…Oh, è sicuramente il rumore del mare. Così lei è nato sul mar Mediterraneo? Uomo fortunato! Senta, per caso lei non sa cosa significa la parola “piroskaf”? C’è questa parola nella vostra lingua?

ANDREA- “Piroscafo” nella nostra lingua significa grossa nave a vapore.

VETA- Grossa nave a vapore. Oh, che bello! Lo sapevo. Lui ha viaggiato per tutta l’Italia.

ANDREA- Di chi parla?

VETA- Di un poeta russo. Per tutta la vita egli sognò il mare, i viaggi. Ma si mise in viaggio solo all’età di quarantaquattro anni, quando si convinse che nella vita non c’erano, né mai ci sarebbero state, felicità e speranza. Ed egli navigò su un piroscafo tra i flutti…E dall’acqua gli apparve la dea del destino Tetide, la quale gli porse un dado portafortuna. Un dado magico- proprio a lui che non aveva più speranze…Navigò per il mar Mediterraneo e stava per arrivare a Livorno. Senta, come sono le torri della sua città natale? No, non me lo dica, lo so che esse, che di esse…

ANDREA- Me ne ha parlato sua sorella. Lei dice di Baratynskij. Egli dopo due mesi dal suo ritorno dal viaggio, morì improvvisamente.

VETA- Che cosa orribile. Non è vero. Non può essere! Mi sembra a volte che questo accadrà anche a me. Le torri di Livorno- esse sono anche il mio sogno. Senta (lo guarda), appoggi la valigia là in quell’angolo, sì là. Lei deve assolutamente venire a stare qui da me. Ne sarei felice. Ho una cameretta libera, lì dormiva…lì dormiva…non pensi neanche di dovermi pagare l’affitto e non faccia caso al disordine. Del resto, può  rimetterla in ordine.

ANDREA- Lei somiglia molto a sua sorella. Ma siete diverse. Lei ha gli occhi completamente diversi.

VETA- Sì, Inna ha degli occhi molto belli.

ANDREA- Lei ha degli occhi tragici. Sono certo che Nastas’ja Filippovna doveva avere degli occhi così.

VETA- Ancora Dostoevskij. Cambiano i tempi, ma gli stranieri qui da noi vedono Dostoevskij dappertutto. Dunque, io sono Nastas’ja Filippovna e lei, lei- il principe Myškin?

ANDREA- (pausa di silenzio) Questo sarebbe un onore troppo grande per me.

 

 

 

ATTO II.

 

 

VETA- Che ore sono? Quanto tempo è passato dal tuo arrivo? Alcune ore? Una settimana? Non capisco. Ho sempre avuto dei rapporti difficili con lo scorrere del tempo. E’ già sera?

ANDREA- No, è ancora giorno, ma presto farà sera.

VETA- Pranzeremo. O meglio, faremo merenda. Una saporita polenta di riso. Fresca-fresca. Ti piace la polenta di riso?

ANDREA- Non lo so, probabilmente si. Non l’ho mai assaggiata.

VETA- Non fa male, è dietetica. E preparo con le mie mani anche la ricotta. La mamma la faceva dal latte e dal kefir, io uso solo il latte. Bisognerebbe comprarlo, il latte, così ti potrò preparare la ricotta (serve la polenta nel piatto). Alla polenta si può aggiungere un po’ di olio di semi. Ti piace?

ANDREA- Mi ricorda l’infanzia. Mi piaceva tanto raccogliere sassolini sulla riva del mare. Io giocavo sempre da solo, costruivo delle vere fortezze fatte di sassolini, scavavo canali. Le onde di solito spazzavano via tutto. Una volta un’onda mi travolse…

VETA- Ti travolse? E poi?

ANDREA- Non voglio ricordarlo. Mi salvarono, ma in seguito a ciò mi ammalai…Cominciai ad aver paura…una paura incomprensibile di qualcosa, della

vita probabilmente.

Talvolta ho ancora paura della vita, proprio come allora, durante l’infanzia. Ma tu non ci pensare, posso essere anche un valido sostegno. Basta solo che accanto a me ci sia qualcuno che ha bisogno d’aiuto.

Tu di sicuro lo saprai: Lev Tolstoj era solito portare con sé, sulle Alpi, un ragazzino: con lui si sentiva pienamente adulto.

VETA- Mi sembra che tu non sia ancora un adulto. Quanti anni hai? Venti? Trenta?

ANDREA- Ne ho trentatrè, l’età di Cristo.

VETA- Un ragazzino. A tuo confronto io potrei essere la nostra progenitrice Eva.

ANDREA- Oh no, tu sei giovane. Inna me lo aveva detto che eri giovane ed è vero.

VETA- Con Inna facevi lezione di lingua russa?

ANDREA- Parlavamo di tutto. La lingua l’ho studiata da solo, quando ero malato…ma questo non è un argomento interessante…lo sai già, una conseguenza della paura avuta da bambino…Volevo leggere i libri russi. Io da sempre volevo vedere la Russia. Mi sentivo più russo che italiano.

VETA- Gli italiani sono gente allegra e amano la vita, invece? Gli italiani hanno inventato il Carnevale. Gli italiani hanno Boccaccio, mentre i russi hanno la loro grande letteratura e da sempre tentano di dare risposte alle loro eterne ed insolubili domande, giusto?

ANDREA- Tu scherzi, ma tutto ciò è molto vicino alla realtà.

VETA- Io non scherzo. Io invidio l’allegria degli italiani. Disapprovo chi si lamenta, chi è malinconico, chi è sempre scontento. Quando Inna era qua, spesso ridevamo e cantavamo, sì, sì, cantavamo, non esserne stupito. Tuttora io, se mi capita di sentirmi proprio male, leggo versi o canto. Il canto placa l’animo, veramente, nonostante le canzoni russe siano tutte per lo più tristi.

ANDREA- Mi piacerebbe sentire come canti.

VETA- Cosa dici, io canto per me! Ho timore di farlo se c’è qualcuno ad ascoltarmi. Una volta non mi riusciva male. Sarà un secolo che non canto e poi mi fa male la gola, sì, e senza musica…(si schiarisce la voce) Dovresti farmi il coro, questa è una romanza russa, una melodia molto semplice (canta).

 

                          Perché il cuore  batte così forte?

                          Di chi è la canzone che agita il mio petto?

                          Di chi è la voce che riecheggia nel bosco?

                          Vorrei addormentarmi ma non posso.

 

                          Piuttosto rinuncerei per sempre alla libertà,

                          per poter restare un po’ in questa schiavitù a me cara.

                          Non verserei una lacrima per il dolore dei tormenti

                          Se soltanto tornassero a me l’amore e la primavera.

  

(tace) E’ un canto alla buona. Di sicuro non ti è piaciuto. Tu sei abituato all’opera: Verdi, Rossini…

ANDREA- Non sopporto l’opera. Se mi è piaciuta? Sarebbe lo stesso che chiedermi se ho un’anima. Tu canti in modo semplice, ma anche le canzoni russe sono essenziali, come se non le avessero composte gli uomini ma la stessa natura.

VETA- Come l’hai detto bene! Sei davvero intelligente. Si vede che sei stato alunno di Inna. Un tempo anch’io ero una persona intelligente e un’ottima allieva, ho conseguito il dottorato, ho scritto articoli per dei periodici: passato, tutto passato.

ANDREA- Ho letto i tuoi articoli. Possibile che tu non scriva più?

VETA- Io? Tu pensi che potrei…ancora? Avevo molti piani, molti progetti, bisognerebbe cercarli, chissà dove ho…ficcato tutto. Tu pensi che possa servire a qualcuno? E perché no? La vita continua. Io potrei…tentare, ma tutte le lungaggini che ne seguirebbero: la pubblicazione, i rapporti con la redazione…Io non ho forze sufficienti, è un secolo che non esco, tranne che per comprare pane e latte.

ANDREA- Ti aiuterò io: tu dovrai solo dirmi che cosa è necessario fare.

VETA- Ma tu chi sei, un angelo? Ti ha mandato da me il buon Dio?(si volta) Ti ringrazio, non credevo che Tu pensassi a me. Non me l’aspettavo. (tacciono entrambi. Veta prende un album da uno scaffale, lo sfoglia, poi si rivolge ad Andrea) Guarda! Ecco le foto del nostro album di famiglia. Mamma, babbo: com’erano giovani, belli, la mamma era esile come una betulla. Qui ci sono anche io con Inna, lei è quella un po’ più grande. O no? Abbiamo la stessa età, ma lei sembrava sempre più grande.

Ti interessa? Anche a casa tua avete un album di famiglia?

ANDREA- No, non lo abbiamo. Mio padre si occupa solo della sua banca, la mamma solo della casa. Io ho anche un fratello e una sorella, ma studiano lontano e tornano a casa di rado: il babbo fa paura un po’ a tutti. E’ un uomo terribile.

VETA- Questa sono io. Guarda, che occhioni grandi. Da piccola ero una bambina adorabile, anche in seguito in molti non riuscivano a staccare il loro sguardo da me . Una volta un passante…ma perché ricordare? Bene, qui ci sono gli zii e le zie. Alcuni non ci sono più ed altri sono lontani. Ed eccomi qui da sola, Inna si intravede sullo sfondo, la mamma non c’è. Qualche volta, di notte, mi sveglio e sento la sua voce, così reale, così buona e affettuosa: “Veta, Vetočka”.

ANDREA- Veta…E’ un nome tipico? No? Inna mi ha detto che Veta viene da “Elisaveta”.

VETA- Inna si è confusa. Mi chiamo Vera, ma da piccola non mi riusciva di pronunciare la “r”, così sono diventata Veta. Il nome certo è poco comune, ma a me piace. Penso che se fossi rimasta Vera il mio destino sarebbe stato diverso…(guarda l’album) E questa è Svetka. Lei ora è diventata più bella, ha cominciato ad assomigliare ad un’italiana, sembra proprio uscita da un quadro di Tiziano. L’hai vista?

ANDREA- No.

VETA- Studia canto. La predisposizione per la musica è un tratto tipico della nostra famiglia. Chi lo sa? Forse tra non molto comincerà a cantare l’opera. Ma tu, sembra, non sei un amante dell’opera. Perché?

ANDREA- Non amo le cose artificiose.

VETA- Ah sì, tu probabilmente guardi all’opera con gli stessi occhi del nostro Lev Nikolaevič (chiude l’album di colpo). Ecco finito l’album. Come è passato tutto velocemente: la lunga infanzia e la fugace gioventù. Cosa resta ora? La vecchiaia e poi la morte?

ANDREA (si avvicina)- Tu sei giovane. Sei giovane e molto bella. Non ho mai visto nessuna più bella di te.

VETA- E’ vero? Possibile che sia vero? Un passante casuale…una volta mi disse per strada: “Lei è bellissima”. Significa che è vero?

ANDREA- Si, sei bellissima. Persino ora, con queste piccole rughe…

VETA (si copre il viso)- Che orrore! Da dove sono spuntate? Prima non c’erano, non c’erano!

ANDREA- Per me non fa nessuna differenza. Io ti vedo nella tua interezza, vedo la tua immagine, la tua essenza ideale, creata da Dio o dalla natura. Mi sembra di conoscerti da sempre. Sei indifesa, sola e soffri. Ti aiuterò. Io…io ti amo.

VETA- Mi ami? L’ hai detto? Ma io…io sono più vecchia.

ANDREA- Hai un aspetto giovanile.

VETA- Ma…io soffro d’insonnia.

ANDREA- Staremo insieme ed il sonno tornerà.

VETA- Ma io…io non ho esperienza (sussurra velocemente qualcosa all’orecchio di Andrea).

ANDREA- Non aver paura, non sarò indelicato ed insistente.

VETA- Poi, poi io mangio molto poco. Temo che il cibo sia nocivo, tossico.

ANDREA (si colpisce la fronte)- Mi hai fatto ricordare una cosa ( corre alla valigia e tira fuori alcuni pacchettini). So che ti piacciono i dolci. Prendi. Li ho portati dall’Italia.

VETA- Cos’è?

ANDREA- Un dolce italiano. Riso con cioccolato.

VETA- Ciocorì! E’ il ciocorì! Come hai fatto a indovinare? Mio Dio, come può essere? Non è un sogno, no? Andrea, ragazzo mio, posso darti un bacio?

 

 

ATTO III.

 

 

 

VETA (allo scrittoio)- Andrea, sei qui? Mi è già venuta fame. Per oggi ho scritto abbastanza. L’articolo va a rilento - ho perso l’abitudine a scrivere, ma non fa niente, sto recuperando. Che ne pensi?

ANDREA (distraendosi dalla lettura di un manoscritto)- Certo. Penso che sarebbe bene pubblicare la tua dissertazione. E’ straordinariamente interessante e poi è scritta con un linguaggio così vivo! Ho comunque alcune domande da farti, qualcosa che non ho capito.  Tu scrivi dell’idioma. E per l’appunto io capisco le frasi idiomatiche meno di tutto. Che significa: “fra  capo e collo”?  O ancora: “l’  ombelico del mondo” ?

VETA- Dopo, dopo. Dopo ti spiegherò tutto. Ora pranziamo. Hai preparato qualcosa?

ANDREA- Pasta col formaggio. Manca un minutino (traffica ai fornelli). Sembra pronta. Ne vuoi?

VETA- Certo, ho una fame da morire. Ti devo confessare che fin da piccola non ho mai potuto soffrire la pasta. In tutti gli istituti per l’infanzia ci davano da mangiare sempre e solo della pasta cattivissima (assaggia). Sai che è buona? Soprattutto ci sta bene il formaggio. Che ne dici, non è troppo grasso? Va bene?

ANDREA- Va bene. Questo formaggio si chiama parmigiano: il tuo Puškin lo chiamava  “parmesan”. Dà alla pasta un gusto particolare. Ti consiglierei di berci sopra un goccio di vino (porta una bottiglia). Questo è vino fatto in Toscana, nella mia terra. Te ne verso solo un dito. Com’è?

VETA- Mi sembra che mi abbia dato un po’ alla testa. Non ho mai bevuto vino, cioè: un vino così. Devi ammettere che per quanto riguarda il cibo tu sei un vero italiano.

ANDREA- Qualcosa dovevo pur ereditare dai miei antenati. Non vorresti uscire a fare due passi? E’ Marzo, la primavera è appena iniziata. Qui da voi mi colpisce in un modo tutto particolare. La neve si è quasi sciolta ma gli alberi sono nudi, quasi neri. E quando spunta il sole, tutte le cose sono così attratte dal suo tepore, da far capire il gran valore che qui al nord hanno  i suoi raggi.                                                                              

VETA- Andrea! (vuole dire qualcosa) Laviamo i piatti più tardi, dopo la passeggiata.

                                       (suonano alla porta)

Oh, io so chi è. E’ per il tuo annuncio, per le lezioni di italiano. Hanno risposto in fretta. Sapevo che si sarebbe senz’altro trovato qualcuno desideroso di studiarlo.

                            (apre; sulla porta c’è Andrej)

Lei? Ma io pensavo…Non sarà mica qui per le lezioni?

ANDREJ- Salve! Oggi farò da postino. Mi hanno chiesto di distribuire la posta. Telegramma per lei. Dall’Italia. Prego ( le porge la ricevuta). Firmi qui.

VETA- E’ successo qualcosa! (apre il telegramma, legge ad alta voce)

“Svetlana ha passato a pieni voti l’esame di solfeggio, arriverà in aereo il cinque. Sčeremet’evo, volo serale. Se possibile qualcuno vada a prenderla. Scusa il disturbo. Inna.”

                               (tutti tacciono)

Che giorno è oggi?

ANDREA- Il cinque.

VETA- Inna è impazzita. Quando si vive per tanto tempo all’estero…Ma come si può andare a prendere una persona che arriva all’aeroporto di Sčeremet’evo?  E’ in capo al mondo.

ANDREJ- Non è per niente lontano! Che sciocchezza, Sčeremet’evo! Permetta che vada io a prenderla. Ho la macchina.

VETA- Come fa ad avere una macchina?

ANDREJ-  L’ho comprata. Me l’ha comprata mio padre.

VETA- E come fa a conoscere Svetlana?

ANDREJ- L’avrò vista mille volte! Giocavamo nello stesso cortile, andavamo all’asilo insieme. Lei allora non viveva ancora qui.

VETA- Si, stavo da un’altra parte. Come si chiama lei?

 ANDREJ- Ma… Andrej, no?!

VETA- E’ vero, come ho potuto dimenticarmene! Mi scusi, Andrej, dovrei discuterne un attimo (si avvicina ad Andrea, gli sussurra) Andrea, che ne dici: possiamo fidarci di lui?

ANDREA- Potrei andarci io a prendere Svetlana.

VETA- Tu? (riflette, poi si avvicina ad Andrej) Senta, è tanto che glielo volevo chiedere: lei si tinge i capelli?

ANDREJ- No, ma perché?

VETA- Veramente non è una tintura?

ANDREJ- (ride) Lo giuro sulla croce.

VETA- Bene. Allora vada pure. Noi pensiamo che si possa contare su di lei. (con voce lamentosa) Andrea, per piacere, non mi guardare così!

ANDREJ- Farò in un lampo. (va via di corsa)

VETA- Non approvi?

ANDREA- Avrei potuto veramente andarci io a prendere tua nipote. Questo giovanotto è un po’ troppo intraprendente.

VETA- Tu lo sai, Svetka è una cantante così brava, ha una vocina così squillante, sembra fatta apposta per Mozart. E’ intelligente e molto carina ed ha solo vent’anni!

ANDREA- Perché mi dici tutto questo?

VETA- Tu non ami l’opera, ma c’è un’aria sulla quale vorrei sapere la tua opinione…”La donna è mobile qual piuma al vento”… Questo vale solo per le italiane o in generale…per tutte le donne?

ANDREA- Non sono sicuro di aver capito bene…cosa c’entra in tutto questo l’opera?

VETA- Siccome io sono un po’…cioè, molto distratta. Ma anche tu, “giovanotto”, sei piuttosto distratto. Volevamo fare due passi…Oppure il pensiero dell’arrivo di mia nipote ti ha confuso le idee? Cosa vuol dire “giovanotto”?

ANDREA- Giovane, giovane uomo; questi termini non si accordano con la mia personalità.

VETA- Non ne sarei troppo sicura. Tu sei ancora…ancora…comunque, perché non mi fai la corte?

ANDREA- Cosa? Ma tu lo vuoi? Dimmi, lo vuoi?

VETA- Furbacchione. Così ti direi tutto! Per il momento ci siamo baciati una volta sola. Me lo ricordo bene: il giorno del tuo arrivo ti ho baciato sulla guancia.

ANDREA- Ah, ecco! E io che non avevo capito che avresti voluto che ti baciassi! (si avvicina) Sulle labbra? (Veta annuisce, Andrea la bacia delicatamente) Va bene così?

VETA- Potresti farlo con più intensità.

ANDREA- Si? Allora ci provo? (Veta annuisce) Ti piace?

VETA- Si. Si potrebbero tirare le tende alle finestre? E se qualcuno ci guardasse da un’altra casa?

ANDREA- Non riuscirebbe a vedere niente.

VETA- Magari con un cannocchiale. Non voglio dividerti con nessuno. Quando sei arrivato? Un’ora fa? Un giorno? Una settimana? Perché tutto è cambiato così tanto? Ti rendi conto che io stessa sono cambiata? Non mi riconosco più. Mi sei capitato “fra capo e collo”. E sei diventato “l’  ombelico del mondo”, bel giovanotto bruno dagli occhi scuri. Ah, com’è ricca, com’è meravigliosa la lingua russa! O lingua russa, le tue frasi idiomatiche mi dicono che non io sola, ma molti altri nel corso dei secoli sono caduti nella stessa trappola. Quanti anni ho? Non lo so. I miei anni mi hanno lasciata, si sono dileguati, si sono fatti più leggeri. Oh, lingua russa, come sei ricca di sinonimi, come mi aiuti ad esprimermi! Ora è come se avessi diciotto o vent’anni. Sono una ragazzina. E una ragazza vuole essere baciata da un ragazzo.

ANDREA- (piano) E una ragazza non vuole nient’altro?

                                     (suonano alla porta)

VETA- Sempre così!

ANDREA_ Apriamo?

VETA- Forse è già Svetka. Un po’ presto. Un’altra volta il postino? Dio, cosa si può fare per non essere più interrotti? Sai che c’è: non apriamo. Lascia che suonino: noi non apriamo e basta.

                                         (alcuni suoni uno dietro l’altro, poi il silenzio)

Ecco qua, grazie a Dio hanno smesso. Andrea, perché ti sei allontanato? Vieni vicino per favore. Ci hanno interrotti. Non ti ricordi a che punto eravamo? Mi hai fatto una domanda. Ed io non ho fatto in tempo a risponderti. Senti, non si può mica tornare indietro a quando avevi…18-20 anni.  Tu sei così adulto, Andrea, sei più vecchio di me, più vecchio di almeno un migliaio di anni. Mi insegnerai tutto, vero? Tutto ciò che sai.

ANDREA- Io sono proprio come te. Non so nulla. Ci insegneremo le cose l’un l’altro, giacchè lo vogliamo. Andiamo!

VETA- Aspetta. Senti? Le onde si frangono sulla riva. Dammi qua la mano. (se la appoggia sul cuore). Senti? “Soli con le onde del mare”. E così tu, ragazzo mio, mio bel giovanotto, vieni da Livorno? Veloci, andiamo!

 

ATTO IV.

 

 

(Veta e Andrea stanno seduti, abbracciati)

                                  Suona il telefono.

 

VETA- Telefono. Bisogna rispondere. Mi metterò un golfino sulle spalle. Chi può essere? Andrej dall’aeroporto? Che persone prive di tatto e di buone maniere (alza la cornetta). Si? Andrej? Griša? Griša chi? Ah, Griša, Berman. Ho capito, ho capito. Perché urli così? Non ti ho aperto? E per quale ragione avrei dovuto aprirti? Io non volevo aprire: punto e basta. Hai proprio indovinato: ero con un uomo. Si, una voce d’uomo. Si sentiva, si sentiva una voce d’uomo: dal momento che c’era un uomo, è evidente che se ne sentiva la voce. Io sono nel pieno possesso delle mie facoltà mentali. Vuoi venire qui? Perché? Mi sembra che ci siamo visti da poco…io…io non capisco. Hai dimenticato il cappello? E per quale motivo era qui il tuo cappello? Ha riattaccato. (Con voce lamentosa) Andrea, lui arriva subito. E’ molto infelice, bisogna comprenderlo.

ANDREA- Lui- è il tuo ex marito? E’ lui che ti ha lasciata?

VETA- Io nemmeno lo so chi ha lasciato chi. Quando la mamma si è ammalata, semplicemente non mi è stato vicino. E all’inizio per me era anche meglio. Ma poi, quando rimasi completamente sola…

ANDREA- Ho sentito come lo supplicavi di venire da te. Ti ama?

VETA- A modo suo. Viene da me a lamentarsi della sua nuova moglie.

ANDREA- Ma tu, tu?

VETA- Io cosa? Lo compatisco di tutto cuore.

ANDREA- Tu…lo ami?

VETA- Io- lui? Proprio tu fai questa domanda? Su, vieni qua, vicino a me. Sai, io ho paura: magari qualcuno potrebbe sentirci, le porte sono così sottili. Te lo dirò sottovoce. E’ così difficile dirti che ti amo. La lingua russa è una lingua pudica. E le donne- anche… è impossibile spiegarlo…ho tanta voglia di accarezzarti…sei così peloso, un vero uomo delle nevi…mani e gambe pelose…ti metto in imbarazzo?

ANDREA- Si, è imbarazzante.

VETA- Non devi vergognarti. Mi piacciono gli uomini pelosi.

                                          (suonano alla porta)

E’ lui. Ti prego, stai calmo. Eccoti il suo cappello. Chiaritevi da uomo a uomo. Io andrò…al bagno. (Andrea apre la porta. Sulla soglia ci sono Andrej con una grossa valigia e Svetlana)

SVETLANA- Eccomi qui. Andrej, caro, la valigia di qua (indica un angolo).

Grazie di avermi accompagnata. Torna fra un’oretta, va bene? Mi farai vedere la vita notturna di Mosca. Non immaginavo nemmeno che ce ne fosse una. Di cosa parlavi: di un club notturno o di un bar notturno?

ANDREJ- E’ sia l’uno che l’altro: e anche qualcosa in più. Si chiama “Al gufo”, cinquanta dollari l’ingresso.

SVETLANA- Dal gufo, vada per il gufo. Tra un’oretta, penso, mi sarò ripresa. Per la verità non mi sono stancata (si dà una sistemata). Andrej, caro, ho l’aria stanca?

ANDREJ- Stanca? Proprio per niente. Hai l’aspetto di sempre, come se fossi uscita dalle pagine di una rivista femminile.

SVETLANA- Merci. Allora arrivederci presto! Ci vediamo. Äî ñêîðîãî! Hai capito, mio caro amico?

ANDREJ- Si, si, ho capito tutto, fra un’ora. Verrò senz’altro. Ciao!

SVETLANA- (ad Andrea) Ma dov’è la zia? (urla) Zietta! Lei, se non sbaglio, è Andrea. Mamma mi ha parlato di lei. Perché mi guarda in modo così strano? C’è qualcosa che non va in me? Non le sembra che dovrei dimagrire un po’?

ANDREA- No.

SVETLANA- Le piacciono le donne grasse?

ANDREA- La mia…la mia mamma è robusta.

SVETLANA- Allora io dovrei andarle a genio. Dopotutto, come dice Freud, gli uomini nelle donne cercano la propria madre. Comunque, c’è qualcosa in lei che non mi piace del tutto. Perché è così immobile? Perché tace? Perché è mezzo nudo, dal momento che qui, mi pare, non fa caldo? E poi, quel cappello fra le mani! Che aspetto comico! Un Golia russo in attesa di Davide. (ride) Perché non ha detto una parola? Dica almeno qualcosa. Oh, lei è terribilmente simile ad un idiota, davvero, davvero. Si è offeso? Sta ancora zitto? (lo guarda, il suo tono diventa più basso) Mi scusi. Sono arrivata qui dopo aver dato un esame terribile. L’ho fatto con un tipo spaventoso, identico ad un vecchio leone. Brrr! E le domande, le domande- lo stesso Mozart  non sarebbe stato in grado di rispondere. Le piace Mozart?

ANDREA- No. Non mi piace l’opera.

SVETLANA- Come- proprio tutta l’opera? L’opera come genere? E perfino Mozart? E non si vergogna a dirlo? (canta una frase del “Don Juan”) Allora, non è incantevole? Mi dica, è incantevole?

ANDREA- Non mi intendo molto di queste cose.

SVETLANA- E di cosa s’intende lei? Vuole parlare in italiano? A proposito, il suo russo è eccellente. S’immagini: In Italia ho dimenticato il russo e pensavo di non riuscire più a ricordarlo. Che ne dice? Si sente l’accento?

ANDREA- Sembra di no.

SVETLANA- Perché così indeciso? Ma io so che pronuncio alcuni suoni in modo tipicamente russo, per esempio la “e”. Nel canto, questa “e” maledetta mi confonde in modo orribile. (canta un’altra frase dal “Don Juan”)

                                         (entra Veta)

Zia! Ciao! Sono terribilmente felice di vederti (la bacia). Non sei cambiata per niente, sempre così slanciata, magrolina. Sai cosa ti ho portato? Una meravigliosa crema antirughe italiana. Contenta? (la tira fuori dalla valigia, gliela dà)

VETA- Rughe? Quali rughe? Strano.

SVETLANA- (la guarda) Sentite, avete l’aria di due congiurati. Che avete combinato quando io non c’ero, eh? Confessate, confessate.

VETA- Cosa, cosa? Cosa dici?

SVETLANA- Ah, vi siete spaventati! Io sono così. Prendi, zia (tira fuori qualcosa dalla valigia). Un’intera scatola di medicine, da parte della mamma. Dentro c’è un bigliettino che spiega a cosa servono, questa per il raffreddore, l’altra per le emorroidi e così via.

VETA- Per carità, quali emorroidi?! Che dici?

SVETLANA- Scusami, zietta, questa non sono io ma è il mio brutto carattere. Sai, la prossima volta ti porterò un accappatoio di spugna. Come ti ci vedo in un accappatoio color lilla, si, si, proprio color lilla! (ad Andrea). Non è vero che sarebbe uno spettacolo stupendo?

VETA- Tu sei stanca, poverina. Riposati.

SVETLANA- Stanca io? Secondo te, quanti anni ho? Lei che ne dice, quanti anni ho?

ANDREA- Venti.

SVETLANA- Esatto. Se seguissi le nostre abitudini, potrei già essere sposata. In Italia, almeno fino a quando non si portano a termine gli studi, non si arrischiano a farlo, in questo sono molto rigidi. Andrea, che ne dice: il suo omonimo russo sarebbe un buon partito per me?

VETA- Svetka, che modi sono questi? Questo giovane, Andrej, magari non pensa a sposarti.

SVETLANA- Se non ci pensa, glielo farò pensare. Tutto è nelle nostre mani, zia. Suo padre ha come clienti i nuovi russi, costruisce per loro. Hanno la macchina, la dacia, un appartamento qui a Mosca: che si può volere di più? Solo che io, zia, ho paura di fare un matrimonio poco conveniente. In questi ultimi tempi ho avuto a che fare per lo più con stranieri, mediocri ma pur sempre stranieri (guarda Andrea).Perché si è messo sulla difensiva? Io non ho mire su di lei. Non è il mio tipo. Zia, vuoi sentire qualcosa dal “Don Juan”? Sto imparando un duetto (canta l’inizio di una frase musicale tratta dalla parte di Zerlina, poi si interrompe). Ho deciso di interpretare di nuovo quella sciocchina di Zerlina. Tutti la rappresentano come una sciocca ingenua, una sempliciotta. Ma io in lei vedo un intento preciso. Pensate che sia Don Juan a sedurla? Oh no, è lei che seduce Don Juan ed in modo così scaltro che lui neanche se ne accorge. Il fidanzato, quel rammollito campagnolo, non le serve a nulla! Datele un uomo di nobili natali, forte, bello e soprattutto esperto. Ecco quel che ci vuole per lei (canta).

VETA- Sei terribilmente cresciuta, Sveta. Quando hai avuto modo di diventare così adulta? Mi sembra che tu risenta di pessime influenze.

SVETLANA- Si? E allora chiediamo ad Andrea cosa pensa di me. O se ne starà di nuovo zitto?

ANDREA- Vuole sapere cosa penso di lei? Si accomodi. Lei è una ragazza onesta e ingenua, non c’è mai stato niente di serio nella sua vita. Non abbia fretta, aspetti il suo momento.

SVETLANA- Grazie per il consiglio.

                                             (suonano alla porta)

Ah, questo deve essere Andrjuša (apre, entra Andrej). Sei in anticipo: non mi sono ancora cambiata. Ma non fa niente. Siediti, ora mi infilo il mio bellissimo abito da sera (fruga in valigia). Ah si, a proposito Andrjuša: che cosa diresti tu se una onesta ed ingenua ragazza russa all’improvviso prendesse e si sposasse in quattro e quattr’otto un vecchio signore ricco di famiglia e con pochi capelli in testa?

ANDREJ- Sarebbe matta.

SVETLANA- Ah, è così. E perché mai?

ANDREJ- Ora non si vive male in Russia. Prendi mio padre: tutta la vita ha fatto lo schiavo, era ingegnere edile. Ora, invece, dovreste vedere che bei palazzi costruisce, con tanto di piscina, solarium: e lo pagano profumatamente! Penso che anch’io, con la mia laurea in architettura, me la caverò bene.

VETA- E per il resto?

ANDREJ- Non sposerò certo una straniera. E’ bene che marito e moglie parlino la stessa lingua.

SVETLANA- E’ una cosa sensata. Allora tu non mi sposeresti.

ANDREJ- Ma perché, sei forse una straniera, tu? Si, volevo anche dirle (indica Veta): qui sotto, vicino al portone, c’è un uomo che piange. E’ là già da un pezzo.

VETA- Chi potrà mai essere? Non saprei.

SVETLANA- Lo conosci benissimo. E’ il tuo Griša. Ben gli sta. Quando io e Andrej siamo entrati l’ho riconosciuto subito.

VETA- Oh Dio, Griša! Sta lì e piange.

SVETLANA- Se lo merita, lascialo piangere.

VETA- Vado da lui, vado da lui. (Si avvicina ad Andrea) Andrea, devo andare da lui, devo calmarlo.

SVETLANA- Andrjuša, accompagna la zia. Usciremo subito, devo solo cambiarmi. (Veta esce, accompagnata da Andrej; Svetlana va a cambiarsi e un minuto dopo ricompare in un lungo abito da sera) Le piace il mio vestito?

ANDREA- “Un abito da principessa”.

SVETLANA- Merci. Ma posso farle un’altra domanda?

ANDREA- Vorrebbe chiedermi se lei mi piace?

SVETLANA- …Ammettiamolo pure.

ANDREA- Mi piace. Lei è una ragazza molto simpatica e dolce.

SVETLANA- Merci. Che ne dice, dovrei mettermi a dieta?

ANDREA- Cosa? Niente affatto. E’ meglio che lei resti così com’è.

SVETLANA- Che strana espressione: “è meglio che lei resti”; la gioventù invece passa. Ad essa è riservata un piccolo pezzetto di vita. Come si può pensare alle rughe, al doppio mento…A cosa serve la vita di anziani signori e signore così? Cosa c’è nelle loro anime? Come vive la mia povera zietta? In realtà, com’è vuota la sua vita. Ho una paura matta della vecchiaia, della decadenza fisica.

                                               (tace)

Allora, Andrea, non vuole vedere una discoteca russa? Potremmo portarla con noi. Per dirla francamente, fra i due Andrea io preferirei lei…come cavaliere. Andrjuša è molto giovane, ha ventun anni, al suo confronto io mi sento terribilmente adulta, quasi vecchia. Per giunta è uno di famiglia, a cui sono abituata. Lei invece…in lei c’è qualcosa di enigmatico. Allora, viene?

ANDREA- No. Grazie per l’invito.

SVETLANA- Ci pensi bene. Che ci fa chiuso fra quattro mura? E dimentichi la zia. Piange e poi finisce per calmarsi. Se la caverà bene anche senza di lei. Farà pace col suo Griša, gli darà da mangiare la polenta, lo calmerà. Perché dovrebbe interrompere il loro idillio? Per fare da terzo incomodo? Allora viene o no?

ANDREA- No. Mi spiace.

SVETLANA- Bene. Era un’offerta onorevole. Arrivederci.

ANDREA- Stia attenta. Va in un posto pericoloso.

SVETLANA- Ma no, con Andrjuša sono perfettamente al sicuro. (sospira) Ma a volte si desiderano di quelle cose, non è vero?

                                 (esce, contemporaneamente entrano Veta e Griša)

VETA- (a Griša) Siediti, calmati.(ad Andrea) Figurati, la sua nuova moglie l’ha buttato fuori di casa. E’ tornata con il suo ex marito ed ha affittato l’appartamento di tre camere di Griša a degli stranieri che la pagano in dollari. Che orrore! Perché le hai fatto prendere la residenza in casa tua, Griša?

GRIŠA- Non capisco più nulla. Ho perso la ragione. Lei mi aveva detto che tutti fanno prendere la residenza alle loro mogli.

VETA- A me, invece, non me l’avevi fatta prendere.

GRIŠA- Che trappola, che trappola! Quando le ho detto che avrei fatto loro causa, quei due banditi hanno cominciato a minacciarmi…Non si fermano davanti a nulla. Avventurieri, delinquenti, pescecani, lei è anche peggio di lui. Adesso potranno comodamente vivere a mie spese. E io…io…non ho casa, non ho soldi, non ho famiglia, non ho lavoro…Hai saputo, Veta, che il nostro istituto è bellamente crollato?

VETA- Griša, non agitarti. In qualche modo tutto si risolverà. Prendi, eccoti il tuo cappello. Ed ora vai. E’ già tardi. Non posso tenerti qui da me.

GRIŠA- Non puoi tenermi? E perché? Ah, capisco. (ad Andrea) Giovanotto, oh, giovanotto: permetta due parole!

VETA- Non muoverti, Andrea. Griša, voglio che tu te ne vada. Chiedi ai Grinberg, forse loro ti ospiteranno…oppure…oppure vai in albergo. Se vuoi posso darti i soldi. Mi è rimasto ancora qualcosa, aspetta. (fruga nel borsellino) Ecco (gli dà una banconota), di più non ho.

GRIŠA- (la banconota cade sul pavimento) Veta, com’è possibile? Mi mandi via? Di notte? Al gelo? Come un cane?

VETA- Fuori non fa freddo, ma mettiti il cappello, per ogni evenienza. Vai, Griša, vai.

GRIŠA- (sta in piedi in silenzio e guarda il pavimento) E’ così. Ehi, tu- vi-…viveur, ti fa ridere? Comunque ride bene chi ride ultimo. So mordere anch’io. Quei due pescecani…quei due pescecani mi hanno insegnato qualcosa. Addio, Veta. Da te non me l’aspettavo. (esce)

VETA- Tu non hai freddo, Andrea? Io, chissà perché, ho i brividi. Avvicinati. Che ne pensi, mi sono comportata male mettendolo alla porta? Ho pensato che mi era capitato un colpo di fortuna, tutto mi spingeva a rompere con lui, a rendere tutto banale, ad obbligarmi a dimenticarlo. E’ la MIA ora, lui non esisterà più. Orribili, insensibili persone. Non hai visto dov’è la scatola? Ah, eccola. Devo fare qualcosa.

ANDREA- Veta, tu tremi. Calmati, bambina mia. Ci sono io con te. Non ci pensare più. (le canta piano una ninnananna).

VETA- Che bello. Hai delle mani così forti e buone. Quando mi sei vicino mi sento una principessa. Sai, io sono nata proprio principessa. Nessuno lo sa, è il mio segreto. Come mi duole il cuore. Metti qui la mano. Soli con le onde del mare. Senti di nuovo questa melodia? Io penso di tutto, di tutto, ma non riesco a trovare una via d’uscita da questo vicolo cieco, mi sembra di essere caduta in trappola anch’io. Dov’è la via d’uscita? Aspettami qua, va bene? Non seguirmi.

(prende la scatola con le medicine ed esce. Andrea la segue)

ANDREA- Veta, cos’hai in mente? Dai qua, che ci fai con queste medicine?

VETA- Io…io volevo…non posso, questo no. Vivere, io voglio vivere, Andrea! La vita non è ancora finita, giusto? Sì! Abbiamo ancora un futuro! Io scriverò articoli…sulla lingua di Puškin, tu darai lezioni di italiano. Al risveglio vedrò accanto a me il tuo viso, il tuo bellissimo viso. Oh, come staremo bene!

                                          (suona una sirena)

Cos’è? Penso sia successo qualcosa. Guarda dalla finestra. Che c’è?

ANDREA- C’è un capannello di gente. Portano via qualcuno con la barella.

VETA- Andrea, ti prego, tira le tende. Per oggi ne ho abbastanza. Non voglio vedere né sentire niente (al pubblico). Avete sentito: non voglio vedere né sentire niente. Sono stanca, basta così. Voglio riposare, Andrea, voglio riposare.

 

 

 

Ivanovka, estate 1997